PARLIAMO DELLA SOLITUDINE
La solitudine è un problema che tocca drammaticamente milioni di persone. Oggettivamente è una condizione trasversale, nel senso che può riguardare tutte le personalità del Well-being. È invece soggettiva la risposta che si dà a essa e quindi anche i danni che può provocare.
Alcune personalità non sanno rispondervi bene e finiscono per ingigantirne gli aspetti negativi. Infatti
la solitudine non può essere considerato un fattore penalizzante
Questa frase stupirà molti, ma l'analisi che condurremo vuole proprio mostrare che se l'assenza di solitudine è un fattore facilitante, la solitudine non è una condizione necessariamente negativa. Per analogia, se la ricchezza è facilitante, la non ricchezza (che necessariamente non vuol dire povertà) non è penalizzante, mentre può esserlo la povertà estrema.
In altri termini, è la gestione della solitudine che può portare a una condizione negativa dell'esistenza e tale gestione è critica in alcune personalità.
La teoria. Classicamente la solitudine è collegata allo stato in cui non si ha compagnia, non si ha vicino nessuno, quindi al concetto di relazione con altri simili. Un aneddoto chiarirà perché tale visione deve essere modernamente superata.
E' un episodio avvenuto in Veneto nel 1976 durante un torneo di scacchi piuttosto importante: un maestro internazionale era seduto al tavolo di un caffè e stava analizzando la sua partita con la scacchierina portatile; improvvisamente una scossa di terremoto (quello che devastò il Friuli) seminò il panico nella piazzetta, provocando un fuggi fuggi generale. L'unico che non si spostò fu il nostro maestro che continuò nella sua analisi, vanamente richiamato dai suoi amici. Il suo amore per gli scacchi era tale che nemmeno un terremoto poteva distoglierlo.
È abbastanza evidente che il nostro scacchista, quando analizza, che sia solo o meno, che ci sia un terremoto o meno, poco importa. D'altro canto molte persone pur avendo la compagnia di altre persone si sentono sole. Dovrebbe essere abbastanza evidente quindi che la relazione con altri simili non basta a lenire completamente il senso di solitudine che l'individuo può provare. D'altra parte, quando le relazioni umane sono molto strette, la solitudine è assente: avere una famiglia, veri amici ecc. è una condizione sufficiente per non essere soli.
Elaborando i dati sopraesposti, è possibile arrivare a una definizione più moderna di solitudine:
la solitudine è lo stato di chi non sta vivendo oggetti d'amore
La nuova definizione combacia con quella classica se l'oggetto d'amore è una persona, ma è profondamente diversa perché consente di svincolarsi dalla necessità del rapporto umano.
È immediato notare che molte persone single che hanno una vita molto intensa, riempita dal lavoro e/o da hobby cui tengono molto non soffrono affatto la solitudine.
La strategia. Sembrerebbe quindi che la strategia antisolitudine sia quella di avere oggetti d'amore che riempiano la nostra vita. Ed è così. Il vero problema all'attuazione della strategia è che spesso per avere molti oggetti d'amore, per essere avidi di vita, occorre avere una grande capacità d'amare.
Un soggetto che ha un solo oggetto d'amore presumibilmente avrà degli spazi delle sue giornate in cui sarà (si sentirà) solo (in senso classico). Chi ha una personalità equilibrata sarà naturalmente portato verso altri oggetti d'amore che riempiranno la sua vita, chi non ce l'ha, o non l'ha ancora perfezionata, troverà ostacoli in questo processo che gli impediranno di non vivere negativamente la solitudine.
Gli svogliati – Il loro grande problema è che, avendo una scarsa forza di volontà nevrotica non sono in grado di costruirsi oggetti d'amore perché raramente superano lo scoglio della fatica della conoscenza dell'oggetto; non avendo la forza di investire risorse verso ciò che potrebbero amare, hanno coinvolgimenti superficiali e quindi inutili.
Gli inibiti e i mistici – La loro solitudine è complicata dai loro dogmi, ma spesso sono in grado di vivere in modo talmente intenso il dogma (per esempio l'eremita) da non avvertirla.
I sopravviventi – Poiché non riescono ad andare a fondo dei loro oggetti d'amore, questi ultimi sono in grado solo di limitare, ma non rimuovere le sensazioni spiacevoli collegate alla solitudine.
I romantici – Avvertono in modo particolare l'oppressione della solitudine perché idee classicamente romantiche sono l'amore (o in subordine la vera e profonda amicizia) o la famiglia che sono viste come condizioni necessarie alla felicità. La solitudine diventa il marker esistenziale che mette in luce il fallimento del tentativo di realizzare tali idee. Non a caso spesso il Romantico risolve (male) il problema della solitudine con la strategia dell'ultima spiaggia.
Il contatto umano. Prima di esaminare le strategie sbagliate è importante sottolineare che alla base della mancata soluzione del problema solitudine esiste spesso una difficoltà di contatto umano con quel mondo neutro che è costituito dalla gran parte dei nostri simili. L'importanza del contatto con il mondo neutro è rilevata dal fatto che
molte persone del nostro mondo dell'amore appartenevano al mondo neutro.
Si pensi al nostro partner o ai nostri più cari amici. Quindi:
una gestione disastrosa del mondo neutro comporta spesso un mondo dell'amore piuttosto vuoto.
Prescindendo da casi patologici, persone perfettamente "normali", anche molto vicino all'equilibrio psichico (nel senso del Well-being), non sanno gestire i rapporti umani in modo che possano essere positivi al massimo.
Alcune personalità guastano i rapporti a causa dei loro difetti intrinseci: i deboli hanno una scarsa forza e, quando si accorgono che il rapporto può essere troppo oneroso da sostenere, spesso lo troncano o lo limitano; i violenti rovinano molti contatti umani perché non sanno tenere a freno i difetti collegati alla loro violenza (per esempio invidia, gelosia, possessività ecc.), i contemplativi e gli statici tendono a essere spesso "pesanti" con contatti che esulano dai loro oggetti d'amore, i vecchi mal si adattano a ogni contatto che richieda una modifica nella loro vita.
È però più interessante studiare il comportamento di chi, per personalità, non sembrerebbe portato ad avere difficoltà di relazione, mentre all'atto pratico le evidenzia.
Poiché tali difficoltà aumentano con l'invecchiamento del soggetto (molte persone rimpiangono i tempi dell'adolescenza o della scuola in cui era molto facile avere amici e la solitudine era una parola sconosciuta), si può ritenere che, se non si corre ai ripari, sia naturale evolvere verso la solitudine dell'anziano. Infatti gli anziani sono soli soprattutto perché non riescono più a gestire bene i rapporti umani; studiando il loro tipo di solitudine e adattandolo a tutte le età, si scopre che tratti comuni sono:
· La valutazione discreta; le persone vengono scisse fra positive e negative, senza toni intermedi e l'universo di quelle positive si restringe sempre più, spesso rimanendo confinato ai soli familiari. L'universo negativo è rifiutato e i contatti con esso decisamente limitati.
· La gestione passiva; non esiste nessun tentativo di gestire l'universo positivo che così può interagire con noi solo se è propositivo. In altri termini, si pretende che la montagna venga sempre da Maometto.
Ribaltando i due punti precedenti, si scopre che la strategia corretta per ottimi rapporti umani si basa su:
· Una valutazione continua delle persone. In ogni persona c'è qualcosa di buono che consente con lei un rapporto positivo: nostro compito è saperlo estrarre.
· Una gestione attiva. Non limitiamoci a ricevere (subire) proposte (che magari sono parzialmente in conflitto con il nostro sentire), ma prendiamo in mano la situazione e vediamo di proporre (sperabilmente con entusiasmo!) contatti umani che esaltino i reciproci pregi, nascondendo del tutto o in parte i reciproci difetti.
Una gestione attiva dei rapporti umani è un investimento per il nostro futuro, non sottovalutiamone l'importanza.
Le strategie sbagliate. Sono ovviamente infinite e nascono dal fatto che, anziché ricercare oggetti d'amore, la persona riempie i propri buchi esistenziali in altro modo. Le strategie più frequenti sono quelle che impiegano la strategia della cooperativa e le attività di gestione.
Nella strategia della cooperativa il soggetto è portato a circondarsi di persone sia assumendone in carico i problemi (una versione di questo atteggiamento è lo sbocco nel volontariato di molte persone sole), sia partecipando come comparsa alle attività del gruppo. È abbastanza evidente che tale strategia possa solo limitare la solitudine perché esistono sempre momenti in cui la persona resta sola con sé stessa.
La strategia di gestione consiste nell'utilizzare le attività di gestione per riempire la propria vita: la casa, il giardino, l'auto, lo shopping, la burocrazia ecc. Senza amare veramente questi oggetti (che quindi non sono oggetti d'amore), li si usa per riempire il tempo. Si arriva persino a negare la solitudine (solitudine negata), convinti che "non si ha mai tempo".
IL COMMENTO
Quando sei solo dentro